Una lezione insolita

Una lezione insolita

Quel giovedì mattina dalla classe III B proveniva un vociferare insolito per quegli alunni solitamente così tranquilli.

“Ragazzi è arrivata la vostra supplente – aveva detto la bidella – ha un nome strano: Fatima qualcosa… il cognome non lo ricordo…. Che nome strani ‘sti stranieri! “. Gli studenti incuriositi dallo strano nome iniziarono a commentare, facendo ipotesi sulla provenienza della nuova insegnante. Filippo sembrava preoccupato, continuava a dire: “Di sicuro è straniera, se papà lo sapesse mi farebbe cambiare scuola”; Marco, incoraggiandolo: “Tuo padre ha ragione, siamo in Italia! Viene a rubare il lavoro agli italiani”. Marta, che come solito cercava di fare da mediatrice, timidamente replicò: “Ma dai… smettetela! Diamole una possibilità, non l’abbiamo neanche vista! Come facciamo a giudicar…” – la ragazza non fece neanche in tempo a finire che venne subito interrotta dai commenti razzisti dei compagni.

Intanto la professoressa, dietro la soglia della porta, ascoltava amareggiata i commenti dei suoi studenti. Facendo finta di niente entrò decisa in classe, si sedette alla cattedra e si presentò: “Buongiorno ragazzi, io sono la professoressa Fatima Samhir. Mi piacerebbe partire con una lezione diversa”. Tirò fuori dalla sua cartella un foglio e disse: “Adesso vi leggerò un testo. Non vi dico né chi è l’autore, né in quale ambito è stato scritto. Vi invito solo ad ascoltare, poi uscirò dall’aula. Vi lascerò alcuni minuti per analizzarlo e confrontarvi. Infine, al mio rientro, lo commenteremo insieme”.

Iniziò a leggere. “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.

Terminato il passo, si alzò e prima di uscire dall’aula disse. “Dieci minuti da adesso, parlate tra voi, confrontatevi, scambiate le vostre opinioni e punti di vista, cercate di capire di quale brano potrebbe trattarsi. Al mio ritorno ne parleremo insieme. Buon lavoro!” – Date queste indicazioni, uscì.

Dopo un primo momento di stupore, durante il quale rimasero tutti in silenzio, chi cercando con lo sguardo il compagno, chi trattenendo una risata, fu Mattia a sciogliere il ghiaccio con una battuta che fece piombare la classe in una risata collettiva – “Certo che è parecchio strana questa!”. Marta allora richiamò i compagni al compito che era stato loro assegnato e iniziò a pensare a quali persone potesse riferirsi quella descrizione.

Filippo esclamò – “È chiaro che sta parlano di tutti questi stranieri!”. Da quell’affermazione la classe si animò e cominciarono a echeggiare per l’aula i commenti dei vari studenti.

“Hai ragione, ritorna tutto: pelle scura, gente pericolosa, chiedono l’elemosina. Tutti gli extracomunitari sono così!”.

“E non dimenticare anche che puzzano! Io non li sopporto più! Non basta vederseli in giro! Adesso devono anche insegnarci! Ma poi mi spiegate che lezione sarebbe questa? È venuta qua per leggerci una descrizione di se stessa?”.

“Smettetela! Come fate a dire cose del genere? Non tutti gli studenti stranieri sono così!”

“Certo, magari non tutti, ma lo vedi che confermi anche tu che la maggior parte risponde a questa descrizione?”

“Beh, qualcuno sarà anche così però…”

“Però cosa? Sono la rovina di questo paese, come dice sempre mia mamma!”

“Io non credo parli di stranieri, magari è semplicemente tratto da un racconto fantastico, e descrive dei malviventi qualsiasi!”

“Ma che malviventi e racconto fantastico?! Questa è la realtà, ha ragione la tua mamma, dovrebbero cacciarli tutti via!”

“Di sicuro è una lettera che ha scritto un italiano che vive vicino a questa gente. Poveretto!”

“Ma i miei vicini sono extracomunitari, sono persone gentili, non li descriverei mai così!”

“L’eccezione che conferma la regola! Gli altri sono tutti delinquenti!”

In quel momento la professoressa Fatima tornò in classe, la reazione dei suoi studenti non la stupì, era certa che avrebbe provocato quei commenti, decise allora di terminare la lettura del testo.

“Vi ho sentiti discutere parecchio, per fare chiarezza leggerò il finale: si privilegiano i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.

Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Filippo non credeva a ciò che stava ascoltando – “Veneti, Lombardi?”. Marta chiese allora “Scusi, non capisco, questo testo parla degli Italiani. È uno scherzo?”. La professoressa replicò: “Esatto ragazzi, questa è la relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti”.

Mattia, che tra una chiacchiera e l’altra aveva sentito solo l’ultima frase, chiese con aria perplessa – “la relazione di che?”. La professoressa Fatima si rese allora conto che sarebbe stato necessario, prima di improntare una discussione, chiarire il contesto dal quale il brano era stato tratto.

“Molti di voi sapranno – iniziò richiamando all’attenzione i più distratti – che tutte le persone che oggi arrivano in Italia dall’estero per sfuggire a situazioni difficili, non sono i primi nella storia ad aver fatto questa scelta. I flussi migratori sono sempre esistiti e se pensate che siano un problema (se alcuni di voi vogliono chiamarlo così) solo dei nostri giorni, vi sbagliate. Avete mai sentito parlare della Grande Migrazione?”

“Certo! Quella della Sicilia! Con tutti quegli sbarchi dei clandestini! Poveri noi” – Filippo non perse l’occasione di ribadire nuovamente il suo parere.

“No, non è quella attuale. E non riguarda nemmeno paesi stranieri. Si riferisce proprio all’Italia. Tra il 1860 e il 1885 sono state registrate più di 10 milioni di partenze dall’Italia. Questo fenomeno è stato diviso in due grandi periodi: quello tra la fine del XIX secolo e gli anni trenta del XX secolo viene appunto chiamato ‘Grande Migrazione’. Immaginate centinaia e centinaia di persone povere, senza nulla da mangiare, navi colme di disperazione, paure, domande e speranze partire per l’America alla ricerca di una vita migliore, di una vita degna di essere vissuta”.

Marta esclamò stupita: “Sembra di ascoltare la storia di un immigrato che arriva in Italia oggi”.

“Hai capito perfettamente qual era il mio scopo. Ho ascoltato alcuni di voi parlare male degli stranieri, giudicarli, affermare falsità sul loro conto. E se quello che pensate non fosse vero? Avete mai provato ad ascoltare la storia di un ragazzo come voi che proviene da un altro paese? Come fate ad essere certi delle vostre opinioni senza avere un riscontro pratico di ciò che pensate? Io sono nata in Italia ma i miei genitori sono Egiziani. Ho ascoltato tante storie di dolore, di speranza, di sofferenza. Alcune situazioni mi hanno fatto star male solo conoscendole, senza averle mai nemmeno vissute. Il testo che vi ho letto è un documento scritto dal governo americano dell’epoca per descrivere quali fossero le caratteristiche dei migranti italiani. Potrebbero esserci anche i vostri parenti, lontani zii, cugini, nonni, o addirittura i vostri bisnonni in quelle parole. Come vi sentite ora? Non fa male ascoltare dei connazionali descritti in questi termini? Non lo trovate spiacevole anche se il racconto non vi riguarda?”.

“Uno zio di nonno si trasferì in America. Me lo racconta sempre. Ma non mi ha mai detto che fosse un criminale o che chiedesse l’elemosina per non lavorare… È terribile!”

“Ora sapete cosa provo quando entro in una classe e il colore della mia pelle è il primo metro di giudizio per valutare le mie capacità”.

Il silenzio di tutti e gli sguardi imbarazzati di alcuni furono la risposta più eloquente che Fatima potesse desiderare.

Classe 4 A Liceo Classico

IIS “SANSI – LEONARDI – VOLTA” – Spoleto

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